Trovo alquanto interessante il titolo dell’opera. Lo è perché in queste duecentotrentaquattro pagine l’autore non lo spiega mai esplicitamente. Dà il compito al lettore di analizzarlo e catturarne il significato, lasciandogli soltanto una citazione: il velo dipinto che i viventi chiamano Vita. Una frase chiave estrapolata da una poesia meravigliosa di P.B.Shelley.

Questo velo appare coloratissimo, ricco di sfumature, di disegni affascinanti e astratti, ma guai a chi vuole sollevarlo per vederne le forme celate al di sotto, perché troverà solo un abisso cieco e desolato o come direbbe Leopardi, un arido vero: poiché dietro all’illusione della felicità, c’è la consapevolezza che l’uomo è destinato ad essere infelice.

La protagonista del romanzo, Kitty, è una donna frivola e sciocca, che costretta dalla propria famiglia, si sposa con un uomo che non ama, e che finisce inevitabilmente per tradire. E’ una situazione alquanto banale, ma W.S. Maugham con la sua scrittura riesce a rendere intrigante e passionale. Perché infatti, la protagonista vive ancora nel suo mondo ricco di illusioni e speranze e crede che il suo amante voglia sposarla. Confessa dunque tutto al marito con l’intenzione di appartenere finalmente solo e soltanto al proprio amato, senza mai considerare l’idea che quest’ultimo, a sua volta sposato, non voglia lasciare la moglie. E qui i giochi si fanno incredibilmente intriganti, le carte vengono rimescolate e niente più sarà come prima, perché il velo, una volta sollevato, non dà la possibilità di tornare indietro, a quell’inconsapevolezza che rende meno dolorosa la nostra esistenza.

Curiosità:

  • L’idea di questo libro nasce a Firenze, quando l’autore, studiando la Divina Commedia, viene a conoscenza di un passo del V canto del Purgatorio che colpisce la sua fantasia. Si tratta della storia di Pia de Tolomei, che sospettata di adulterio, viene uccisa dal marito.
  • Il romanzo è stato scritto in forma seriale e pubblicato su una rivista nel corso di un anno.
  • Dal romanzo è stato tratto un film nel 2006 diretto da John Curran.
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